Circolo dei Libri

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06ottobre
2023

Giani Stuparich

Quodlibet

Giani Stuparich (1891-1961) è un autore generato dentro l’eccezionale fioritura di scrittori nella Trieste dei primi decenni del ‘900. Molto noto fu un suo racconto malinconico di turbamenti giovanili e fatalità precarie (“Un anno di scuola”, video e recensione nel nostro sito), appena riedito da Quodlibet. Lo stesso editore pubblica anche altri due mirabili racconti: il più robusto e maturo, “L’isola” (che dà il titolo al volume) e “Il ritorno del padre”, che è del 1933 ed è come l’alba di quell’altro, che è del 1941 e costituisce in qualche modo il “tramonto” del primo. Si tratta del rapporto amoroso e asciutto, intenso e scabro fra un padre e un figlio. Nel “Ritorno del padre”, breve, il padre, girovago, avventuriero e distratto, quasi mai a casa, dopo una lunga assenza (con il suo bimbo che lo attende come un idolo) torna a casa pensando a una breve sosta e si ritrova una sera da solo con il figlio nella piccola abitazione povera. Il bambino si illumina alla luce di quel caro volto paterno ritrovato ma il genitore è indifferente, irritato, sentendosi estraneo a quel ragazzino gracile. E tuttavia, per un moto misterioso di palpiti e di parole cavate dal cuore del bambino, si risveglia nell’animo dell’uomo la forza sepolta di un affetto che si accende e il ragazzino si affida totalmente alle sicure, grandi mani accoglienti. Qui termina il racconto.

“L’isola” ci porta invece molto avanti negli anni, quando quel padre sta invecchiando ed è gravemente malato e il bambino è diventato un giovanotto forte. Ancora una volta padre e figlio sono senza nome e assumono quindi una sorta di impersonale delega di universalità, nello sciogliersi di un groviglio di memorie, paure, tristezze, apprensioni: il fatto è che il padre, molto malato, chiede al figlio, che sta sulle sue amate montagne, di scendere per accompagnarlo, lui uomo di mare, a un ritorno (l’ultimo, si intuisce) sulla cara isola dove il padre crebbe e dove poi aveva portato anche il ragazzo, dopo quel lontano scoccare di amor paterno del primo racconto. E subito si capisce che quella motonave che lascia il golfo di Trieste e si dirige verso l’isola di Lussin (oggi in Croazia) è una spedizione reale ma anche misteriosamente simbolica, allusiva, verso la rivisitazione del profondo “sé” del padre (ricordi, psiche, inconscio) e anche una rivisitazione, per il figlio, di antichi giorni d’infanzia (perché prima di innamorarsi dell’odore di resine e di nevi sulle sue montagne – ovvero il suo libero destino di uomo – aveva conosciuto il fascino primigenio del mare). Già dalla motonave i due sogguardano in lontananza la sagoma remota dell’isola :“un azzurro denso di masse cristalline in fondo all’azzurro liquido”. I due sbarcano, tornano a toccar pietre e terra, sondando il passato. Il padre è grave (ha un tumore non guaribile all’esofago, chissà se conosce davvero la gravità del suo male, certo sa che il tempo si fa breve ) e il figlio sa bene la verità, ogni tanto vorrebbe dirla e gridarla abbracciando il padre ma il genitore stesso sembra voler allontanare ogni chiarimento. I due si parlano e si guardano con sobrio affetto, bastano parole leggere e spesso banali per dire una amorosità sottesa. Sotto gli occhi di un padre inorgoglito il figlio si rituffa nelle onde marine dell’infanzia come per un ritorno in un liquido amniotico e il padre sembra affidargli la forza vitale dell’essere che sta per abbandonare lui. Il racconto di Stuparich possiede una grande forza lirica, in cui lo scavo dentro la psiche dei due protagonisti anonimi assume talora valenza di psicanalisi: i due stanno nelle loro camerette attigue della pensione sull’isola, vivono ore di veglia notturna sogguardando il mare buio e i cielo stellato e ognuno macina pensieri e immagini. È come se Stuparich raccontasse i sogni individuali di padre e figlio, chiusi nel sonno delle loro stanze (perché nessuno sogna i sogni degli altri, ognuno sogna i propri). Questa trama di amore vero ma asciutto, una commozione senza lacrime, si iscrive dentro un paesaggio sontuoso, reale e simbolico, in una chiarità di luci (cielo, mare, aria, azzurrità, brume e golfi, uliveti dolci e rive più aspre). Fuori dal segreto degli animi di padre e figlio batte la vita degli altri (bagni di mare, allegrie, feste, la banda che suona, giovani ragazze che vanno nel vento in bicicletta). Ma il palpito della vita con la sua bellezza, ammonisce Stuparich, senza saperlo convive sempre con il cupo sentore della finitezza, della morte. Tornando via dall’isola con il padre malatissimo, il figlio esce dalla prima giovinezza, diventa adulto.