Circolo dei Libri

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17maggio
2024

Mordecai Richler

Adelphi

Ecco una lettura bella carnosa, con la scoperta di un personaggio che nel 1997 (in italiano nel 2000) e dunque pressoché mezzo secolo fa (sembra ieri) conquistò un pubblico enorme di lettori e stupì la critica. L’autore, Mordecai Richler, canadese, scomparso nel 2001 a 70 anni, è stato uno scrittore importante e fecondo ma con questo romanzo particolare ha incendiato il mondo narrativo di fine Novecento: quel suo Barney Panovsky è un personaggio dissipato e comico, arrabbiato e dolce, bugiardo e generoso, sgangherato e provocatorio. In anticipo di oltre vent’anni, aveva smascherato, con le sue sortite “politicamente scorrette”, il “politically correct” che avrebbe imperversato di lì a poco e imperversa ancora oggi. Nel romanzo, Barney deve fornire una sua versione a proposito di una vicenda che lo ha visto accusato persino di omicidio e poi assolto. Ma quella storia è solo un pretesto perché dall’inizio alla fine Panovsky si lascia andare a un febbrile, caotico monologo scoppiettante in cui di fatto egli ricorda l’intera sua vita, sulla filigrana dei suoi tre matrimoni: il primo con la strana e un po’ folle artista e poeta Clara; il secondo con una donna per lui di così poco conto che non la chiama mai per nome ma soltanto “la seconda signora Panovsky”. Poi c’è la terza, Miriam, il grande amore della vita di Barney, la madre dei suoi tre amati figli. Miriam tuttavia dopo anni di paziente e amorosa convivenza alla fine lo lascia perché Barney è difficile, inaffidabile, pungente come un riccio, persino sbadatamente fedifrago. E beve, beve whisky dall’alba alle stelle e anche di notte, e fuma in continuazione costosi sigari Montecristo e Cohiba. È verbalmente incontinente, ama rompere con fragore le delicate cristallerie delle ipocrisie, dei bigotti, degli avidi, della ricca borghesia canadese di Montreal e di Toronto e degli ambienti artistici e letterari perlopiù dominati dall’invidia e dalla mediocrità, salvo eccezioni. Non le manda a dire a nessuno, Barney: picchia duro, guasta cene di lusso, fa arrossire le signore, rovina le atmosfere. Barney Panovsky è ebreo (e nel romanzo spuntano gergalità ebraiche) ma in modo libertario e libertino, e non fa sconti neppure alla propria origine. Eppure quell’adorabile mascalzone sensibile ha un grande cuore che batte per Miriam e i suoi figli e per qualche amico (dissipato come lui) e conquista il lettore, che sorridendo complice sta dalla sua parte, anche contro le convenienze. Barney di mestiere fa l’autore di sceneggiature di serial televisivi mediocri, covando un’allegra e fallita ambizione di scrittore vero, senza preoccuparsene minimamente. Ma ha un enorme fiuto per il talento, raro, di pochi e il poco talento di molti. Barney Panovsky è l’assoluto protagonista di un romanzo molto comico ma anche romanzo d’amore, divertente ma anche drammatico, non fosse altro perché ci accorgiamo che Panovsky, mentre sta redigendo il memoriale prezioso della “sua” versione sui fatti, sta perdendo colpi di memoria e ci fa addirittura temere le prime ombre di un qualche Alzheimer, peraltro espresse in modo spassoso. Quando “La versione di Barney “ uscì in Italia, diventò un caso letterario clamoroso. Agitò le acque e permise a molti lettori di godere intimamente di esilaranti scorrettezze esistenziali commesse da altri (ecco uno dei privilegi della lettura). Riletto 24 anni dopo, “La versione di Barney” si conferma un romanzo comico e aspro, beffardo e irriverente.