Circolo dei Libri

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15marzo
2024

Donatella Di Pietrantonio

Einaudi

Donatella Di Pietrantonio sa raccontare storie, eccome. Lo sa fare così bene che talvolta rischia l’ingombro di storie incrociate e sottostorie e viaggi di andata e ritorno fra presente e passato, come sempre succede a chi ama raccontare storie e anche a chi le sa raccontare molto bene. È il caso di questo “L’età fragile”, l’ultimo romanzo della scrittrice abruzzese di cui fu moltissimo apprezzato “L’Arminuta” e poi anche “Borgo Sud” (e già aveva in precedenza al suo attivo altri due titoli: “Mia madre è un fiume” e “Bella mia”). L’autrice conferma in pieno la sua forza di narratrice abile e soprattutto provvista di uno strumentario stilistico accurato ed efficace e di una sapienza drammaturgica proprio anche nel linguaggio. Il lettore si prepari a una storia di quelle del tipo “fiato sospeso”: le verità nascoste nel tempo e nella memoria affioreranno adagio adagio, creando la tensione continua del romanzo. Sono avvenute prima (e ancora accadono in diretta) molte cose, forse toppe in questo libro che chiede in ogni caso di essere letto proprio per la forza narrativa della sua autrice. La fragilità evocata dal titolo è quella dell’età delicata di adolescenza e giovinezza, ma si estende anche ad altre categorie d’anni. Lucia, la protagonista, è madre di Amanda, studentessa universitaria a Milano, la quale, a causa del lockdown per COVID ma forse anche di altri motivi, lascia la metropoli e torna a casa sua in Abruzzo, dalla mamma (che vive separata da un marito abbastanza evanescente). Ma la madre non riesce più a decifrare i codici comunicativi della figlia, chiusa a istrice in un suo mutismo verbale di animo: una sottile lastra di vetro separa la figlia ombrosa e triste dalla madre ansiosa e preoccupata e amorevole e paziente come tutte (o quasi) le madri. Amanda vive una sua fragilità e Lucia per molto tempo non riesce a intercettarla. A sua volta Lucia era stata amicissima in adolescenza con Doralice: ma nel presente veniamo a sapere che quella compattezza affettuosa non regge più. Qualcosa deve essere successo. Quel qualcosa si nasconde su nei prati, pascoli, boschi e rocce della campagna d’Abruzzo, nella zona dominata dalla cima aguzza del “Dente del lupo”. Lassù, fra l’altro, il padre di Lucia, Rocco, contadino vedovo legato alla terra, con cui la figlia ha un buon rapporto affettivo ma psicologicamente non facile (altre fragilità in circolazione) vuole ad ogni costo fare una donazione ereditaria anticipata a Lucia, un terreno cha sta lassù sotto il “Dente del lupo”, dove c’era stato anni prima un bel campeggio con osteria e dove, soprattutto, era appunto “successo qualcosa”: di brutto. Tutta questa materia si aggroviglia e si dipana fra asimmetrie psicologiche, malintesi affettivi e, tuttavia, anche voglia di ricucire, crescere, ri-saldare. Nel frattempo la trama degli animi si incrocia con quella “gialla” di un dramma da conoscere poco a poco. Appaiono infine anche temi attuali: la solitudine di molte persone, che si tratti di arcigni pastori o di giovani immigrati impauriti e turbati, e poi anche il vento verde dell’ecologia e della difesa del territorio. Forti sono l’immagine il senso, nel romanzo, di una Natura che nei selvaggi boschi d’Abruzzo può abbracciarti ma può essere anche matrigna, accogliente o paurosa: sta alla forza delle scelte umane giuste avere con lei un rapporto buono. Molte cose, come si arguisce, forse troppe. Ma raccontate benissimo.