Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

15maggio
2026

Julian Barnes

Einaudi

La memoria la evochiamo spesso noi per ricordare gesti, persone e momenti del passato. Ma accade talvolta che la memoria si tuffi senza preavviso, senza che noi avessimo chiesto nulla, dentro il nostro presente facendoci balenare lampi vividi di passato. Julian Barnes, scrittore inglese fra i grandi d’oggi, abile mescolatore di calcoli intellettuali e di dirompente forza narrativa ed emotiva, ha coniato per quella forma di memoria insinuante che ci coglie di sorpresa una sigla, un acronimo: IAM, che sta sta anche per “I AM”, ovvero “Io sono” con allusione simbolica, ma indica soprattutto le iniziali di “Involontary Autobiographical Memory”, ovvero “Memoria Autobiografica Involontaria”. La stessa, per capirci, che un giorno assalì Marcel Proust sotto la forma sensitiva di un boccone di biscotto (una “Madeleine”) intinto nel tè: quel fiotto fece rifluire alla mente dello scrittore, senza che lui lo volesse, una intensa ridda di ricordi remoti da cui scoccò la costruzione del suo poderoso monumento letterario, “Alla ricerca del tempo perduto”. Bene. Barnes ci presenta questa specie di introduzione in un avvio abbastanza complesso e impegnativo di romanzo che vale la pena di continuare a leggere resistendo, perché poi subito la storia si infiamma di narrazione viva. Proprio questa memoria involontaria porta in superficie alla mente dell’Io narrante (lo scrittore stesso, azzardiamo) la vicenda (ripensata proprio per brandelli di memoria inattesa, di Stephen e Jean, un giovanotto e una ragazza che lo scrittore molti anni prima aveva fatto innamorare, mettendoli insieme nella vita e sulla carta. Poi i due si erano lasciati e dopo molti anni Barnes, anziano e gravemente malato, indagando appunto lampi di memoria viene indotto dal suo macchinoso “genius” di scrittore a cercare di rimettere insieme i due ex, e ci riesce, anche se le cose poi si complicano. Ma questa rivisitazione a colpi di “Involuntary Autobiographical Memory” è soltanto il filo di trama narrativa del libro (il cui autore è appunto un inventore di storie). Più profondamente, invece, Barnes ci racconta poi soprattutto la propria storia vera (ma dove starà mai il confine fra realtà e invenzione dentro il fluire di un romanzo?). Il presente dello scrittore è quello di una età avanzata e di una grave diagnosi di leucemia per cui egli sa bene che il tempo si è fatto breve e questo sarà dunque “il suo ultimo romanzo”. Julian Barnes ci regala le pagine più belle e vivide di questo suo ultimo (ma sarà vero?) romanzo raccontando appunto le sue vicende di salute, le sue peripezie e fatiche dentro e fuori dagli ospedali, le Tac e le Pet e le cure, le diagnosi e le prognosi e il sentimento del tempo che si assottiglia. Una specie di saggio filosofico sulla vita. Tutto è narrato senza cupezza ma quasi con leggerezza e letizia da sapienza esistenziale e fatalista: la vita accade una volta sola, ha i suoi tempi e le sue sentenze, tanto vale accettarla e assaporarla al meglio, non importa in quale stato del percorso. Questo romanzo un po’ complicato ma intenso e scritto benissimo è una specie di ironico, amaro e divertito inno in onore della memoria e dell’immaginazione, della letteratura come vita e della vita come letteratura. E del resto in una delle sue molti acute riflessioni Barnes osserva, parlando di sentimenti (perché il libro parla anche d’amore, naturalmente) che “i grandi romanzi comprendono l’amore, e quasi ogni altro aspetto del comportamento umano, meglio di, che ne so, psichiatri, o scienziati, o filosofi, o preti o curatori di rubriche per cuori infranti”. E questo è un po’ vero, e se non è vero è bello lo stesso.