Circolo dei Libri

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10aprile
2026

Paolo Di Stefano

Feltrinelli

Nel pulviscolo di luce mattutina di un caldo giorno di settembre milanese e nel brusìo di primi rumori, voci, gesti, si accendono i battiti della quotidianità, delle quotidianità. Sono le ore 7 e 05, segnate dai mille orologi e cellulari, e la giornata si avvia. Paolo Di Stefano, nel suo ultimo romanzo, segue il cammino del tempo di questa unica giornata ma la sorprende in modo plurimo, sorvolando con lo sguardo della curiosità l’intrecciarsi di destini diversi, le frammentate scaglie di vite che si sfiorano, si incrociano, si distanziano. È un romanzo polifonico, quello di Di Stefano, che intona il cantico di un giorno usando l’occhio misterioso di un osservatore esterno, ua specie di “drone” di coscienza, di intelligenza curiosa. Chi sarà mai? Lo scopriremo, ma non è cosi importante perché in fondo lo scrutatore e ascoltatore attento di questa frantumazione di piccole quotidianità è il romanziere stesso, il quale peraltro mette in epigrafe al suo libro un pensiero di Fernando Pessoa che dice molto: “Dalla vita non voglio altro che starla a guardare. Da me stesso non voglio altro ch stare a guardare la vita. Sono come un essere di un’altra esistenza che passa”. Il romanzo sorprende vite sogguardate, ascoltate, parole e frasi rubate, colte nel rumore della realtà quotidiana, piccoli lampi accesi ma poi anche perduti, fili intrecciati e spesso però smarriti (un’altra citazione in esergo è un verso di Montale: “Ed io non so chi va e chi resta”). Paolo Di Stefano fa propria quella cosa lì, gira con il suo taccuino, carpisce frasi, afferra lembi di vite. Poi nella finzione a fare tutto questo è quel “drone” che dicevo (la definizione è mia, non dell’autore…) provvisto di sentimento che va cogliendo i battiti di quelle quotidianità. “Una giornata meravigliosa”, dice il titolo, ma in quella meraviglia (che è la vita stessa) si annidano letizia e crucci, malinconia e drammaticità, ammaccature, speranze, sentimenti, leggerezza e cupezze. La vita, appunto. O meglio le vite, colte nel brusìo dei rumori di fondo, spesso soverchianti. In una scena una giovane innamorata dice all’innamorato che lui per capirla deve conoscere un dolore di lei; ma quando la ragazza sta per dire il suo dolore, un assordante colpo di clacson di un autocarro le copre la voce. Il rumore invasivo di contesti frenetici spesso scompagina le parole e le coscienze. L’orologio metodico scandisce le ore, il tempo corre oppure sembra per acutezza o intensità, buona o cattiva, fermarsi per un attimo ma poi si riavvia, inesorabilmente va avanti, ognuno lo percepisce a modo proprio secondo il frammento che sta vivendo. Ecco, questo canto corale, questa sinfonia di piccole esistenze incrociate, narrate da Di Stefano con ironia e spesso con tenerezza compassionevole, ascoltando talvolta anche il battito dell’attualità che bussa alle porte, hanno il fascino del romanzo-mondo, nella realtà (e nella metafora) di una giornata accolta tutta nel battere delle sue ore e nel groviglio intrecciato, convulso, allegro e triste insieme, futile o fatale, delle esistenze e delle cose di un giorno. Ma quel giorno è la vita. E Di Stefano ne fa un ritratto arioso, misterioso, stupefatto, curioso. Con piccole perle nascoste, come per esempio quella dei pensieri di un artista pittore che poi è un artista vero, che esiste nella realtà, di cui qui non svelo il nome ma cito una riflessione acuta sull’arte: “L’arte oggi rifiuta l’oggetto, sempre più gli artisti producono opere che non esistono fisicamente. Il digitale coinvolge solo una parte minima ed estrema del nostro corpo, la punta delle dita che tocca la tastiera o la superficie dell’I Phone… Sempre più invece mi accorgo quanto sia importante nel mio lavoro il coinvolgimento del corpo, i muscoli, le vene, i tendini. Ecco, il danno più grave del digitale è questa cancellazione del corpo. Il corpo dà sincerità ai pensieri e alle idee, dà verità alle cose che esprimiamo nelle nostre opere….” Che bel pensiero. Dentro un bel libro.