Ian McEwan
Einaudi
Quando il futuro ci guarda. Ovvero quando il nostro presente viene visto e raccontato da chi sta avanti di un secolo rispetto a noi. È così che si può sintetizzare la nuova sfida narrativa di uno dei maggiori scrittori anglosassoni al mondo, Ian McEwan. Succede infatti che se l’ io narrante di questo romanzo vive in Inghilterra nell’anno 2119, egli sta tuttavia compiendo una ricerca accurata su qualcosa che è avvenuto nel 2014, quindi nel nostro presente. E allora forse non si addice proprio completamente a questo romanzo la qualifica di “distopico” che gli è stata qua e là affibbiata e che del resto è un termine oggi troppo abusato (e alla moda) per definire ogni opera letteraria o filmica che si svolga nel futuro (laddove distopia vuole essere il rovescio negativo della positività di utopia, la quale immagina e sogna invece un futuro mondo perfetto). Certo, il congegno temporale escogitato da McEwan apre anche uno squarcio su quello che il mondo potrebbe diventare (profetico o azzardato non lo sapremo mai, almeno noi, se la vedranno fra un secolo quelli che saranno vivi in quel tempo). Nella parte del futuro (ma sì, distopica) siamo in Inghilterra appunto nel 2119. Ma l’Inghilterra non è più un’isola bensì un arcipelago di isole: già, perché il surriscaldamento del pianeta e l’incuria da parte dei suoi abitanti hanno portato all’innalzamento del livello dei mari e tutte le parti costiere e le parti basse della nazione sono state invase dall’acqua, e così la Gran Bretagna è un insieme di piccole isole (le parti alte separate tra loro da tratti di mare). In questo contesto post-catastrofe ambientale, la società umana è alle prese con una post- post-modernità problematica; ma la vita va avanti, anche se i giovani sembrano più svagati, disabituati alla concentrazione del pensiero e della lettura. Fin qui il futuro. Ma in quel futuro il professore di letteratura Thomas MetCalfe, abbastanza deluso dai suoi studenti, si butta su una ricerca che riguarda il 2014 (e rieccoci a noi). In quell’anno un famosissimo poeta, Francis Blundy, aveva composto per il compleanno della moglie Vivien un poemetto in sonetti, scritto a mano su pergamena in una unica copia, letta dall’autore ad alta voce davanti alla destinataria e a un bel pezzetto di società intellettuale inglese convenuta a quella festa di compleanno. Di quel poemetto si parlò poi per anni e per decenni come di un’opera squisita ma ecco che nel 2119 il professor MetCalfe, volendo rintracciare l’opera, scopre che essa è scomparsa. Nessuno l’aveva ricopiata o duplicata, o diffusa, se n’era soltanto moltissimo parlato. Il professore ne va dunque alla ricerca, viaggiando nell’Inghilterra nel frattempo devastata ma di fatto ricostruendo tutto quello che in quel 2014 era successo. Ed eccoci tuffati dentro questo nostro tempo e con un intreccio di storie personali narrate con grande maestria, con forza stilistica, di drammatizzazione e introspezione, con graffi satirici o pensosi: un Ian McEwan in piena forma. Non mancheranno sorprese, non mancheranno colpi di scena che ribalteranno ipotesi, congetture, giudizi. Di questo nostro presente si esplorano ambizioni e gelosie, innamoramenti e tradimenti, precarietà alternate di salute (anche con lo spettro dell’Alzheimer). I personaggi, principali e comprimari, “spiati” da un curioso professore confinato nel futuro, sono i protagonisti di una amara commedia forse non necessariamente a lieto fine, forse soltanto aperta a una lieta tristezza, perché è certo che un esile lampo di speranza vitale sopravviverà poi anche in quel lontano e disastrato futuro del 2119. Chapeau, Maestro McEwan. Lettura non sempre facile ma piacere assicurato, con l’aggiunta di preziosi affondi riflessivi.
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