Edith Wharton
Einaudi
L’anziana Signora Manstey vive da sola in un appartamento di un alto caseggiato: siamo in una indistinta città americana. La sua appartata solitudine, appena increspata da qualche rara visita, la consegna a un finale di vita che non le lascia addosso altri desideri se non quello conservato nello sguardo davanti a un orizzonte visto dalla propria finestra. Oltre il tetto di un edificio che le sta di fronte riesce a guardare lontano, verso un paesaggio che ha una sua profondità scandita nelle distanze: alberi, poi tetti, poi la guglia di un campanile e infine una bruma di remota lontananza, una specie di barlume di infinito, di ariosa e luminosa lontananza. Quello è tutto ciò che la signora Manstey possiede come libertà, struggimento, tensione verso qualcosa che sembra appagare occhi, mente e cuore. È il suo quadro vivo, la sua piccola finestra aperta sul mondo. Purtroppo un giorno viene a sapere che i proprietari del palazzo che sta dirimpetto alla sua finestra hanno deciso di rialzare l’edificio, e così si prospetta per la signora Manstey l’ipotesi che la sua visione aperta venga oscurata, che il suo riquadro di paesaggio e di “infinito” saranno cancellati. Come se le si annunciasse la morte prossima, un taglio brusco della condotta di ossigeno esistenziale, il blocco di quel che le rimane come tensione al bello, al mistero delle cose. Questa minaccia (un piccolo grande dramma), che ha la sua valenza realistica e quella metaforica, è la sostanza di uno dei racconti (quello che dà il titolo generale) della raccolta di storie brevi della scrittrice americana Edith Wharton (1862-1937). Questo nuovo volume, appena edito in italiano da Einaudi, si aggiunge alla copiosa produzione narrativa di questa importante autrice statunitense ma con molte residenze e frequentazioni europee, vissuta a cavallo di due secoli, amica di molti scrittori e intellettuali, fra cui soprattutto Henry James. La Wharton ci ha regalato opere fra loro spesso discontinue, di diversa declinazione e talora di più o meno intensa qualità. Ma alcuni suoi romanzi appartengono d’imperio alla grande narrativa anglosassone fra Otto e Novecento. I più forti e riconosciuti come capolavori sono due: “L’età dell’innocenza” (la storia intima e sociale di una donna singolare e controcorrente, avviluppata nelle convenzioni e nelle regole della danarosa aristocrazia newyorchese di fine Ottocento; Martin Scorsese ne ha tratto un film molto fedele e molto bello); l’altro libro di grande bellezza e forza è il “piccolo” capolavoro di Wharton, ovvero il compatto, denso, perfetto romanzo breve “Ethan Frome”: una storia serrata e amorosa dove accade pochissimo e accade tutto, in un gelido inverno pieno di neve nella campagna americana: leggere per credere. Questa raccolta di racconti ci offre ora un assaggio esauriente e variamente modulato dell’ampia tastiera su cui la Wharton crea le sue melodie narrative, tutte intonate al ricamo psicologico e intimo sullo sfondo di scenari sociali e morali variabili. Ai racconti classici (come quello sopra citato) si aggiungono brevi brani sorprendenti fatti di apologhi, pensieri ironici, quasi aforismi, e poi racconti di fantasmi (che evocano palesemente una delle manie del suo amico Henry James) e in generale storie che hanno a che fare con i segreti degli animi individuali presi dentro le manovre dei rapporti umani e degli sfondi sociali in cui essi si muovono. Bella questa offerta aggiuntiva della produzione di un nome importante della letteratura anglosassone.
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