Massimo Gezzi
Feltrinelli
Torna la prosa carnosa di Massimo Gezzi, che che va all’osso del reale senza dimenticarsi dei fondali, delle atmosfere. L’esordio narrativo di Gezzi l’avevamo seguìto nei racconti di “Le stelle vicine”. Piccola coincidenza singolare, in uno di quei racconti c’era un uomo che ricordava una remota notte amorosa con “le stelle così vicine che pareva ti cascassero in testa”. Ora, nel romanzo nuovo, una ragazza, pure lei in riva a un mare, guarda luci notturne: “la voglia di sentirmi pesante su questa sabbia, la gioia di sentirmi sorella di quelle stelle lontane e di quelle luci sul molo che tremano nel buio, laggiù in fondo”. Le stelle, sempre, vicine o lontane, come barbagli misteriosi di desideri, di destini. E Gezzi i destini li racconta, ne svela brani e brandelli colti dal vivo, dal vero. La vita, le vite vengono morsicate con realismo sensibile, la narrazione in diretta perlustra le ammaccature di esistenze minime, fuori dai grandi giochi, perlopiù sfortunate. Scrivendo, Massimo Gezzi, senza fare nessun sconto a un linguaggio che qua e là deve diventare crudo per essere vero, vuole bene alle proprie creature generate in pagina. I protagonisti principali sono due: Emilie, liceale all’ultimo anno, ragazza non bella (o convinta di non esserlo), imbranata con i maschi, insicura di sé, con una mamma alcolista e incattivita, abbandonata dal marito. Emilie è scontenta di sé ma è munita di animo buono e gonfio, ha anche una carissima amica del cuore, Giada, con la quale si confida e dalla quale ascolta sfoghi e drammi e le due si consolano a vicenda, si abbracciano, si piangono addosso fra lacrime e muco (Gezzi non abbellisce nulla, le parole incidono la lastra del vero). Poi c’è Tullio, quasi settantenne, una vita mal spesa, un percorso annoso di solitudine e di insoddisfatta mediocrità affettiva, un unico, vero, lontano e perduto amore di giovinezza, rimpianto sempre. I due non si conoscono, lo scrittore alterna le loro vicende e poi a un certo punto il caso li fa incontrare e allora la scrittura dà voce a questo incontro immedesimandosi via via nelle sensazioni dell’una e dell’altro, prima di far riprendere ai due il loro pezzo di percorsi separati. Questo per quanto concerne la struttura singolare e avvincente del romanzo, senza rivelarne qui la trama. Il battito serrato del presente viene spesso mutato da affondi nel tempo: la memoria gioca un suo ruolo decisivo e talvolta sembra che il vero protagonista del libro sia il tempo, con il suo inesorabile enigma che fa accadere e come riaccadere le cose e le sottrae, in un gioco ineffabile di memorie che non trascolorano o che inquietano. Poi c’è il fondale: la città “Adriatica” non esiste davvero ma Gezzi, marchigiano trapiantato da tempo nella Svizzera italiana, la fa prodigiosamente esistere nel romanzo con una sua fisicità scabra, illividita. Adriatica, la città, è soprattutto ritratta nella periferia, marginale e spesso notturna. Il mare ha profumo di mare ma spesso anche odore di fogne e liquami, i passi battono solitari su marciapiedi notturni, si sbevazza e si litiga in bar abbastanza squallidi con schermi accesi e bullismi razzisti. Le parti più accese e “incarnate” del romanzo sono quelle in cui Gezzi esprime il suo “realismo compassionevole”, dipingendo ritratti di esistenze molto ammaccate ma da lui volute bene e consegnate e quasi affidate, per condivisone di compassione, ai lettori. Una notazione critica la muoverei per due aspetti. Uno è non per la sostanza di una scena di sesso esplicito ma per la sua collocazione, che potrebbe risultare artificiosa: infatti la scena di attività sessuale di un ragazzo e una ragazza nudi in riva al mare di notte viene ad un tratto occupata anche da un ragazzo gay, anch’egli nudo, che si aggiunge alle operazioni. Quell’episodio rompe l’unità di luogo (per il resto compatta in tutto il romanzo) perché non si svolge ad Adriatica ma sull’isola greca di Mykonos, proverbiale isola preferita dai gay, con una impressione di didascalico luogo comune. C’era bisogno davvero di girare “in esterno” quella scena, così particolareggiata poi, per dire, decine di anni dopo, lo struggimento di fallimento affettivo (narrato benissimo) di Tullio ormai vecchio? L’altra nota è per la collocazione della storia del passato di Natalino, il “matto del villaggio” che appare già a inizio romanzo (personaggio quasi felliniano perduto dietro a una triste follia). La sua vicenda viene raccontata verso la fine del romanzo ma non in presa diretta bensì in una narrazione doppiamente indiretta. Pur nella sua vivezza dolorosa, sembra un po’ appiccicata al resto della narrazione sempre accesa del romanzo. Ma sono due sensazioni, peraltro soggettive, che nulla tolgono alla sincerità dura (ma mai spietata, anzi intenerita, quasi) della scrittura forte su queste vite di quotidiana marginalità raccontata con molta condivisione affettiva. E noi lettori partecipiamo a quel sentimento per Tullio dal destino brusco appeso alla parola finale del romanzo, e per Emilie, appesa alla tenacia dell’attesa del suo cuore.
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