Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

16gennaio
2026

​Marta Morazzoni

Guanda

Marta Morazzoni torna, a quarant’anni dal suo felice esordio narrativo con la raccolta “La ragazza col turbante” e dopo una decina di apprezzati romanzi, alla misura del racconto. E lo fa confermando la propria scrittura accuratissima, modulata con sensibilità quasi musicale, mescolando tonalità, accenti, coloriture con grande attenzione. Qui si tratta di sette storie spesso allusive, con snodi accennati, che potrebbero essere qua e là degli “essais” di romanzi possibili ma non scoccati, laddove le trame sono labili, sfrangiate fra detto e non detto, volutamente. Ho già scritto che stilisticamente Morazzoni è una delle migliori penne (o si dice oggi tastiere?) della narrativa italiana. Se le sue storie sono spesso avvolte nel pulviscolo di una vaghezza allusiva, di una ambiguità ben calcolata fra i fatti e la loro memoria - e la loro netta spiegazione risulta volutamente un po’ nascosta - per contro il linguaggio è preciso e sciolto ma controllato e senza mai cedere al sentimento facile. La lettura ne risulta gradevole e impegnativa al tempo stesso. Gradevole perché la scrittura di Morazzoni è di taglio alto ma anche limpida, rigorosa, spesso armoniosa in senso proprio musicale, appunto. Ma dicevo che la lettura di questi racconti è anche impegnativa perché Morazzoni non fa sconti al lettore e lo invita a un suo lavoro partecipativo di mente e di cuore, con rimandi a lampi culturali, quasi come un nutrimento, un “fil rouge” di sensibilità intellettuale: e sono echi di romanzi, opere liriche, teatri, autori e titoli, anche di quelli tosti, da piani alti. Il primo racconto, per esempio, è un biglietto da visita non facile e tuttavia coinvolgente perché il lettore condivide con l’io narrante della protagonista l’irto e decisivo percorso formativo (culturale e esistenziale) dettato da un personaggio misterioso, presente in modo forte ma anche obliquo, sfuggente: è quello di Vinia, donna coltissima e stravagante che fa da Pigmalione a una giovane ancora digiuna di scalate acculturate; e la ragazza, alla scuola della strana e sfuggente Vinia imparerà, crescerà, consoliderà la sua formazione (o conversione?) culturale e grazie indirettamente alla Maestra conoscerà anche fugaci relazioni con maschi non di carta. Il racconto impegna il lettore perché lo accompagna dentro questo cammino formativo: leggendo, si prendono volentieri annotazioni con una matita su un bloc notes, come impegni di approfondimento, di un prossimo futuro di conoscenze, pronti a farsi catturare da piste nuove (come fa del resto la protagonista del racconto, di cui non si può ignorare la traccia autobiografica). Se uno poi (altro esempio) al termine di un racconto giapponese di straordinaria atmosfera (lievità e chiarità, gesti rarefatti e aggraziati) scopre che lo strano viaggiatore occidentale che risale una collina nipponica in una dolce bruma serale verso una dimora misteriosa alla ricerca di una traccia amorosa perduta si chiama Pinkerton, di colpo gli si muove dentro la memoria della “Madame Butterfly” e scopre che il racconto della Morazzoni inventa un secondo, immaginoso e malinconico ritorno in Giappone del personaggio pucciniano. E, ancora, la fugace esperienza amorosa giovanile di una ragazza italiana che si innamora di uno studente tanto bello quanto egoista e fuggiasco e trascura l’amore sincero di un uomo meno affascinante ma più vero, richiama per chi sa (e fa scoprire a chi non sa) il nesso curioso con “Il velo dipinto” di Maugham, laddove una adultera si perde un attimo con un amante inaffidabile e mascalzone non accorgendosi dell’amore più discreto e quasi celato, ma più profondo e vero, del marito. È anche un gioco seducente, quello di Morazzoni. E così uno dei racconti più belli della sua raccolta è quello che davvero potrebbe diventare persino un romanzo, narrando una vicenda che ruota prima, durante e dopo attorno a un periglioso e drammatico volo su un piccolo aereo da turismo e rivela alla fine una traccia di storia vera, con due nomi e cognomi illustri e reali. In questo caso Morazzoni ha dunque ritagliato dalla realtà una cellula di cronaca vera per tesserle intorno una bella storia di sguardi laterali, di coincidenze fatali. Cito per finire, fra i sette racconti, quello del goffo ragazzo cinefilo che si consola della sua amara vita mediocre e anaffettiva con la passione ossessiva per il grande schermo (anche qui un bell’elenco da cineclub). Inutile apparirà l’illusione di saldare la finzione del cinema con l’esperienza vera di un contatto reale, effettivo e affettivo. Sette racconti: in ognuno affiorano punti di svolta, piccoli enigmi; e le tonalità della scrittura alludono, dicono e talvolta non dicono.